Nonostante i 25 incontri realizzati finora, le COP sono spesso indicate come esempio di organizzazione che non funziona. Il motivo principale è la necessità che i singoli governi decidano di applicare le proposte che emergono dalle conferenze. Spesso è successo che diversi governi non abbiano approvato le proposte e si siano ritirati anche dai grandi accordi sulla riduzione delle emissioni (come è successo con l’accordo di Parigi), ma solo mesi dopo la conclusione delle conferenze. Il risultato delle conferenze è quindi sempre provvisorio, perché il vero esito si può conoscere solo a distanza di tempo. 

Un altro punto presentato come critico è l’eccessiva attenzione agli accordi economici, in cui le grandi problematiche ambientali sono sempre risultate dipendenti da quelle economiche. In molti casi, come in quello delle migrazioni dipendenti dai mutamenti climatici, le conferenze hanno prodotto solo dichiarazioni generiche.

Un ulteriore problema che si pone spesso è che le grandi corporation, la cui attività concorre a gran parte delle emissioni atmosferiche, non possono essere considerate come aziende che operano in un singolo stato, quindi spesso le decisioni che non sono collettive hanno poca efficacia sul sistema economico.

Un’altra critica mossa alle conferenze riguarda l’applicazione del teorema di Coase, che pone un problema con la definizione internazionale di quelli chiamati beni comuni.

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